É passato ormai un anno dal giorno in cui venne inaugurata l’installazione “Res Humanae” sul ponte della tangenziale. 365 giorni che hanno cambiato completamente il futuro di quel tratto stradale e dei biellesi. Un futuro, si spera, più roseo per tutti e segnato da sempre meno drammi. Per quattro mesi le sedie rimasero sospese, lasciandosi cullare dal vento e riempiendo lo sguardo di chi transitava in prossimità del ponte. Come dinamite spaccarono l’opinione pubblica tra chi avrebbe distrutto opera e artista, contestandone il cattivo gusto, la sua inutilità e blasfemia, e tra chi ne apprezzava la dirompente denuncia, portata avanti con poesia e rispetto. Di giorno sedie, di notte stelle, a voler ricordare l’importanza della nostra presenza e di quanto sia pesante l’assenza. Un vuoto contemplato sin dall’antichità, dove il nostro desiderio di vedere quella persona era pari alla ricerca delle stelle nel cielo, con la loro luce fredda e lontana, ma densa di memoria, preziosa e pura. Da molti mesi le sedie hanno abbandonato il ponte, stanche di dondolare e provate dalle intemperie estive, lasciando il posto a numerosi interventi di messa in sicurezza dell’infrastruttura. Sebbene se ne siano andate, il loro ricordo rimane nella mente di tutti, sottolineando sempre che un’opera d’arte non può cambiare concretamente la realtà, ma può allargarci gli orizzonti affinché tutti possano aiutare a costruirne una nuova.
Corrono, cadono, volano, inciampano e si sollevano. Poi scivolano in silenzio, e corrono di nuovo. Sono scene sospese. Fantasmi del passato. Figure fuori dal tempo e dallo spazio, a metà tra sogno e visione. Ognuna con una storia da raccontare. Ognuna con qualcosa da insegnare. Ci parlano delle loro angosce, delle paure e delle lacrime versate per qualcuno strappato troppo presto dalle loro braccia, ma anche di momenti di gioia e serenità, dove una carezza o un sorriso sono quanto più si possa desiderare. E nel farlo ci ricordano l’importanza della memoria e di come sia fondamentale per comprendere il presente. Di quella volta in cui si salvarono per miracolo da una bomba troppo vicina o di quando finalmente riuscì a strappare quel bacio tanto sognato. E nel vedere tutto questo, noi soffriamo e gioiamo con loro. Ad un tratto poi, quelle figure tanto vive tornano ad esser semplici ritagli di vecchie foto. Le immagini sbiadiscono, tingendosi di grigio. Così tutto torna a scorrere come prima, con la solita frenesia che ci trascina alla pari di un fiume in piena, portandosi via tutti i fantasmi.
Qualche giorno fa mi venne uno strano pensiero. É un caldo venerdì pomeriggio. La sera é alle porte. Da troppe ore sono incastrato in una piccola stanzetta, tentando di seguire i deliri filosofici di un mio professore. Tutto é terribilmente piatto. Tutto terribilmente noioso. L’unica nota positiva é la libertà che di lì a poco avrei conquistato e che mi avrebbe condotto prima in treno e poi finalmente a casa. Immerso nei miei pensieri, non mi accorgo nemmeno che il professore ha smesso di parlare per mostrarci un film. Proiettate sulla parete si susseguono, come in una giostra, immagini stilizzate di cavalli, rinoceronti, leoni e impronte umane. Scopro solo in seguito che si trattava di “Cave of forgotten dreams” di Werner Herzog.
Inizio così a seguire con più attenzione. Il docu-film racconta, con un piacevole taglio poetico, del ritrovamento di una spelonca in Francia contenente le pitture rupestri più antiche mai rinvenute. Un piccolissimo gruppo di ricercatori scelti, assieme ai pochi membri della troupe, si erano introdotti a fatica nello stretto pertugio, per mostrare al mondo il contenuto di quella capsula del tempo, rimasto inviolato per milioni di anni. Dopo aver superato le numerose asperità della grotta, quello che compare davanti ai loro occhi é indescrivibile. Giù, nella pancia della montagna, alla fredda luce delle torce elettriche, il mondo si ferma. Ritornando a più di 40000 anni fa. Qualcosa di atavico serpeggia tra gli anfratti della grotta, insinuandosi nelle crepe delle pareti, avvolgendo le formazioni di cristallo, impregnando i vestiti e segnando per sempre le loro memorie. Qualcosa di inconcepibile, che si perde nella notte dei tempi. Accanto a distese di ossa e a lande di cristalli, svettano famiglie di rinoceronti, leoni amoreggianti, animali in corsa degni delle rappresentazioni futuriste. Pittura e graffi animali si sovrappongono con intervalli di migliaia di anni, congelando paradossalmente il tempo. Tutto é tanto antico quanto fragile.
Perso in quel “racconto” primordiale, vengo travolto da domande più grosse di me, cadendo in un torpore gonfio di interrogativi insolubili. Chi siamo? Perché sentiamo questo bisogno impellente di lasciare una traccia del nostro passaggio? Cosa resterà di noi in futuro? Chissà se tra 2000 anni qualcuno si ricorderà ancora di Caravaggio… O del Giudizio Universale di Michelangelo… Chissà se esisteranno ancora Venezia, Parigi, Londra. Chi si ricorderà dei “tagli” di Fontana, degli edifici impacchettati di Christo, delle trovate architettoniche di Renzo Piano… Tra un frammento di elefante dipinto, e una mandibola di orso delle caverne, maturo così una considerazione. Di noi non resterà nulla. Non resterà nulla di Caravaggio, né di Michelangelo. Nulla di Venezia, spazzata dall’incedere continuo del tempo. Nulla di Einstein o di Donald Trump. Nulla. Nessuno si ricorderà di quella guerra combattuta per il dominio della Grecia, o per “salvare” il Vietnam dai vietnamiti. Siamo minuscoli granelli di polvere dispersi in uno sconfinato deserto. Crediamo stupidamente di avere in pugno l’intera storia, quando in realtà ne conosciamo appena 6000 anni. Chi erano quelle persone che 40000 anni fa dipinsero le pareti di quelle grotte? Perché decisero di lasciare quelle loro tracce ad un futuro tanto lontano quanto ignoto? Ad un tratto le luci si accendono e la magia svanisce. Le ombre proiettate sul muro si dissolvono e la musica si interrompe. Tutto ripiomba nell’ordinaria quotidianità. Tutti se ne vanno. Tutti tornano a casa. Saluto il professore e me ne vado anch’io; frastornato e pieno di dubbi, ma con una consapevolezza in più: che quelle ore sono state più interessanti del previsto.
Centodiciannove giorni sembrano tanti, ma in realtà sono pochi. Per certi tipi di farfalle che vivono poche ore equivarrebbero all’eternità. Per noi esseri umani sono solo frammenti di un anno. Un breve intervallo di una lunga esistenza. Chi va a scuola direbbe che sono più della metà dell’intero anno scolastico, prima delle tanto agognate vacanze. Chi é bloccato su un letto, invece, li vede scivolare lentamente come le nuvole dietro alla finestra. Centodiciannove giorni. Tanto é durata l’opera “Res Humanae”. Tanto ho deciso di farla vivere.
Quelle sedie appese al ponte hanno resistito a torride giornate di anomalo sole, seguite da interminabili periodi di pioggia battente. E ancora sole rovente. Non hanno mollato sotto a scariche di grandine, nemmeno quando venivano sospinte da inquietanti raffiche di vento. Hanno resistito alla tempesta di polemiche e critiche che, come un temporale estivo, si é riversata su di loro oscurando il cielo per mesi con i suoi nuvoloni neri. Loro se ne stavano là, in silenzio, indifferenti verso le polemiche che, non comprendendone il significato, tentavano di distruggerle. A loro non importava. La loro missione era la cosa più importante. Attendevano rispettose che qualcuno afferrasse il loro messaggio. Un messaggio di dialogo e amore reciproco, volto ad abbattere quei muri invisibili che tentano di separarci, chiudendoci nel nostro individualismo e lasciandoci irrimediabilmente soli. E proprio in mezzo a questo guazzabuglio di polemiche, ad un dramma sociale ancora insoluto, si spendevano troppe parole su speculazioni politiche, sull’inutilità dell’opera e su un presunto cattivo gusto, additando di aver sprecato soldi pubblici (in realtà mai usati) e facendosi strada a spallate per essere i fantomatici vincitori della vicenda. Portandosi a casa l’ennesima vittoria di Pirro e ignorando che l’unica vera vincitrice é stata l’opera stessa, che raggiunse il suo obiettivo ancor prima della sua installazione. Quello di far parlare del problema. Quello di affrontare un tabù insormontabile per il nostro territorio e per la nostra cultura. Per molti addirittura, erano le sedie il vero grande problema, e non quello che tentavano di far emergere strappando il velo dell’indifferenza. Non davano fastidio a nessuno. E proprio perché non lo davano, erano fastidiose. Come quel piccolo ragno che si cala all’angolo della nostra stanza alla disperata ricerca di qualche mosca o zanzara. Non dà fastidio. Ma dà fastidio, proprio perché non dovrebbe esser lì, finendo inevitabilmente schiacciato.
Questa é l’arte. A volte qualcosa di piacevole, altre volte qualcosa di estremamente difficile da digerire. Qualcosa che affronta problemi insormontabili cercando una soluzione che purtroppo non possiede. Spingendo tutti a riscoprire valori morali ormai persi, o semplicemente mai trovati. Quelle sedie non avranno risolto il problema, magari non avranno nemmeno salvato una vita, ma sicuramente hanno sgretolato parte di quei muri invisibili che più di ogni altra cosa ci circonda di sedie vuote.