Qualche giorno fa mi venne uno strano pensiero.
É un caldo venerdì pomeriggio. La sera é alle porte. Da troppe ore sono incastrato in una piccola stanzetta, tentando di seguire i deliri filosofici di un mio professore. Tutto é terribilmente piatto. Tutto terribilmente noioso.
L’unica nota positiva é la libertà che di lì a poco avrei conquistato e che mi avrebbe condotto prima in treno e poi finalmente a casa.
Immerso nei miei pensieri, non mi accorgo nemmeno che il professore ha smesso di parlare per mostrarci un film.
Proiettate sulla parete si susseguono, come in una giostra, immagini stilizzate di cavalli, rinoceronti, leoni e impronte umane.
Scopro solo in seguito che si trattava di “Cave of forgotten dreams” di Werner Herzog.
Inizio così a seguire con più attenzione.
Il docu-film racconta, con un piacevole taglio poetico, del ritrovamento di una spelonca in Francia contenente le pitture rupestri più antiche mai rinvenute. Un piccolissimo gruppo di ricercatori scelti, assieme ai pochi membri della troupe, si erano introdotti a fatica nello stretto pertugio, per mostrare al mondo il contenuto di quella capsula del tempo, rimasto inviolato per milioni di anni.
Dopo aver superato le numerose asperità della grotta, quello che compare davanti ai loro occhi é indescrivibile. Giù, nella pancia della montagna, alla fredda luce delle torce elettriche, il mondo si ferma. Ritornando a più di 40000 anni fa.
Qualcosa di atavico serpeggia tra gli anfratti della grotta, insinuandosi nelle crepe delle pareti, avvolgendo le formazioni di cristallo, impregnando i vestiti e segnando per sempre le loro memorie.
Qualcosa di inconcepibile, che si perde nella notte dei tempi.
Accanto a distese di ossa e a lande di cristalli, svettano famiglie di rinoceronti, leoni amoreggianti, animali in corsa degni delle rappresentazioni futuriste.
Pittura e graffi animali si sovrappongono con intervalli di migliaia di anni, congelando paradossalmente il tempo.
Tutto é tanto antico quanto fragile.

Perso in quel “racconto” primordiale, vengo travolto da domande più grosse di me, cadendo in un torpore gonfio di interrogativi insolubili. Chi siamo? Perché sentiamo questo bisogno impellente di lasciare una traccia del nostro passaggio? Cosa resterà di noi in futuro?
Chissà se tra 2000 anni qualcuno si ricorderà ancora di Caravaggio… O del Giudizio Universale di Michelangelo… Chissà se esisteranno ancora Venezia, Parigi, Londra. Chi si ricorderà dei “tagli” di Fontana, degli edifici impacchettati di Christo, delle trovate architettoniche di Renzo Piano…
Tra un frammento di elefante dipinto, e una mandibola di orso delle caverne, maturo così una considerazione. Di noi non resterà nulla.
Non resterà nulla di Caravaggio, né di Michelangelo. Nulla di Venezia, spazzata dall’incedere continuo del tempo. Nulla di Einstein o di Donald Trump. Nulla.
Nessuno si ricorderà di quella guerra combattuta per il dominio della Grecia, o per “salvare” il Vietnam dai vietnamiti. Siamo minuscoli granelli di polvere dispersi in uno sconfinato deserto.
Crediamo stupidamente di avere in pugno l’intera storia, quando in realtà ne conosciamo appena 6000 anni.
Chi erano quelle persone che 40000 anni fa dipinsero le pareti di quelle grotte? Perché decisero di lasciare quelle loro tracce ad un futuro tanto lontano quanto ignoto?
Ad un tratto le luci si accendono e la magia svanisce. Le ombre proiettate sul muro si dissolvono e la musica si interrompe. Tutto ripiomba nell’ordinaria quotidianità. Tutti se ne vanno. Tutti tornano a casa.
Saluto il professore e me ne vado anch’io; frastornato e pieno di dubbi, ma con una consapevolezza in più: che quelle ore sono state più interessanti del previsto.
